Archivi del mese: marzo 2016

LA VERITA’ NASCOSTA

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Siamo tutti artisti!

Esiste un’arte nella quale eccelliamo tutti: travisare “ la verità “ creandoci “una verità” a nostro  uso e consumo, una verità  personale , individuale e soggettiva.

E’ così che, in mezzo a tante verità  si nasconde  la verità.

La verità è come una poesia in lingua straniera che ognuno di  noi traduce in base alla propria  visione , alla propria esperienza  di vita e alla propria sensibilità.

Così, spesso,   nel  TRADURLA corriamo il rischio  di TRADIRLA.

Molti  dei nostri patimenti hanno origine  da una cattiva traduzione della realtà che ci fa travisare il contenuto del  testo originale.

Ma quanti di noi hanno il coraggio, la voglia o la costanza  di andare a cercare altre traduzioni?  O meglio ancora, quanti di noi hanno il coraggio o la capacità tecnica di leggere il testo originale ?

Eppure lo sappiamo benissimo che ” tradire”  invece di “tradurre”  può portare a perdite dolorosissime.

E si, siamo proprio tutti artisti .

Anche perdere è un’arte nella quale siamo bravissimi. Lo dice benissimo  E. Bishop.

Tradire o tradurre oltre che avere la medesima radice etimoligica  hanno spesso la medesima conseguenza: una perdita irreparabile.

Ed è proprio per unire le due metafore che vi propongo tre diverse traduzioni della stesso testo.

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UN’ARTE Elizabeth Bishop  (Traduzione di Damiano Abeni)

Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Ora la stessa poesia nella Traduzione di Marilena Renda

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta la tortura
delle chiavi di casa perse, delle ore spese male.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Esercitati a perdere di più, senza paura:
luoghi, e nomi, e destinazioni di viaggio.
Nessuna di queste perdite sarà mai una sciagura.

Ho perso l’orologio di mia madre. Era
mia ed è svanita – ops! – l’ultima di tre case amate.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Ho perso due vasti regni, due città amate,
due fiumi, un continente. Mi mancano,
ma non è mica un disastro averle perdute.

Nemmeno perdere te (la figura, la voce allegra
il gesto che amo) mi smentirà. È chiaro, ormai:
l’arte di perdere non è una disciplina dura,
benché possa sembrare (scrivilo!) una sciagura.

Da ultima la  traduzione di Andrea Sirotti

Perdere è un’arte e non vuole maestro;
son tante le cose che naturalmente
si perdono, e perderle non è disastro.

Perdi un cosa al giorno. Accetta il maldestro
di chiavi perdute, di un’ora insipiente.
Perdere è un’arte e non vuole maestro.

Poi prova a perdere ancora, perdere presto:
i luoghi e i nomi, una meta imminente
e niente di ciò ti sembrerà un disastro.

Ho perso l’orologio di mia madre. Tosto
ho perso tre case: non ho più niente.
Perdere è un’arte e non vuole maestro;

Ho perso due belle città. E tutto il resto,
i miei regni, due fiumi e un continente.
mi mancano, certo, ma non è un disastro.

Anche perdere te (gli scherzi, un gesto
che amo). Non m’inganno. E’ evidente
Perdere è un’arte e non vuole maestro.
anche se all’occhio sembra (scrivilo!) un disastro.

Il senso è il medesimo ma quante differenze, quanta sensibilità, quanta alterazione stilistica nelle varie versioni

Per chi ne ha la capacità propongo anche il testo il lingua originale perché si faccia la propria personale traduzione  che sarà ancora diversa da quelle proposte.

Concludo dicendo che

Perdere è un’arte  che voglio perdere ora che ho trovato ciò che non voglio perdere.

Dominjus

ONE ART

(Testo in lingua originale di Elizabeth Bishop)

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

—Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

 

navigare a vista

“Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.” 

J. Brel

E noi che barche siamo? 

Abbiamo la forza ed il coraggio di sperimentarci? Abbiamo la forza ed il coraggio  di lasciare il porto?

Se ci troviamo nelle condizioni  di cercare, di provare,  di esporci e soprattutto se troviamo il coraggio di farlo  è certo che corriamo il rischio del fallimento.

E’   certo che se salpiamo verso lidi sconosciuti rischiamo di fallire e di naufragare così come è certo che  se restiamo ancorati  a riva questo rischio non lo corriamo. Ma potremo poi  dire di avere realmente vissuto  “vivendo” solo le rinunce?

Ribaltiamo la logica del fallimento!

Fallire non sempre ha una valenza negativa, fallire significa aver avuto il coraggio di provare, di tentare e di non perdersi nella mediocrità del sopravvivere.

Questo vale per tutti gli aspetti della nostra vita e serve per fare in modo che la nostra “esistenza” alla fine non diventi una “non esistenza”, questo significa  trovare la capacità  di non accettare passivamente  i criteri minimi di vita che la collettività spesso ci propone attraverso i propri modelli comportamentali.

Meditate gente meditate.

Dominjus

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Si piange quando…..

Ogni persona cara, conosciuta, ha attraversato il ritmo del mio cuore

rimanendo tatuato successivamente in ogni mia cellula

come l’Amore, l’Amicizia pura, senza pretese ne compromessi

è e sarà la voce della mia unica esistenza.

Quando il fato ci lascia una finestra aperta, spetta a noi riuscire

pur respirando piano, a coglierne il massimo…ossigeno.

Ieri Chiara mi ha chiesto di leggere ciò che aveva scritto…

 l’ho fatto sotto le note di Wiz Khalifa – See You Again ft. Charlie Puth.

Mai lasciare a domani, ciò che possiamo fare oggi…

Il tempo come le pagine della nostra vita è indescrivibilmente prezioso.

L’ho letta, bevendo senza prendere fiato, da ogni sua riga…

fino all’ultima parola, ho ingoiato il suo vissuto

con un nodo in gola, che mi soffocava…

Ricordando me bambina…

Nemmeno io piangevo mai.

Si piange per la mancanza di risposte…

Si piange per la rabbia di non essere riusciti a comprendere il dolore altrui.

Si piange perchè ci si rende conto che alla morte non c’è rimedio.

Quando sei solo un bambino/a e vivi esperienze prive di risposte

che ti squarciano l’anima…

allora piangi!

Ditemi voi…

Come può un bambino di soli 10 anni, decidere di impiccarsi?

Come può non possedere il coraggio di urlare

facendo ascoltare il suo dannatissimo dolore sordo?

Come può un genitore non accorgersi

dei cambianti di umore della sua unica creatura?

Come possono le istituzioni non accorgersi del disagio di un bambino?

……. ……… ………

Nessuno dovrebbe morire solo! A nessuna età!

hellah